Titane
di Julia Ducournau
Titane, diretto da Julia Ducournau e vincitore della Palma d’Oro a Cannes, è un film provocante e provocatorio, una pellicola forse d’avanguardia che sfugge a una qualsiasi classificazione di genere.
Racconta la storia di due anime perdute nel mondo, sole e smarrite nella loro deformazione e tra(n)sformazione fisica. Due corpi (felicemente?) soli ma, come tutti, incapaci di sottrarsi completamente a quell’Altro lacaniano che, una volta entrato nelle loro vite, diventa ciò di cui non si può fare a meno. Ma Titane è soprattutto un film allegorico sulla metamorfosi, su una protagonista che, proprio come la pellicola, è caratterizzata da una fluidità “identitaria” (non solo sessuale o di genere) che viene messa in scena nella sua trasformazione, necessaria e deformante: prima da donna a uomo e poi da uomo a ibrido capace di partorire un bambino di carne e titanio, concepito con una Cadillac.
Ma è il tema della fluidità, in tutto ciò, a restare sempre al centro: una fluidità accentuata dai primissimi piani che indugiano sul corpo deforme e osceno della protagonista. Il corpo straziato, ma capace di adattarsi e di cambiare, è la più grande metafora della nostra società e del nostro tempo. Un corpo che fluisce tra inutili etichette, un’essenza che sgorga come l’olio motore dai capezzoli della protagonista; un corpo metamorfico che si realizza sfuggendo alla cultura edificante e rifugiandosi in una natura (qui ipermoderna e paradossalmente artificiale) che ne dichiara la vera essenza.
Titane è un film ipermoderno che cerca di rappresentare una società che va sempre più verso la rinuncia a una definizione e un’identità in nome di una fluidità che permette di adattarsi a tutto ciò che “perturba” una quotidianità non più così lineare e scontata.