Men
di Alex Garland
Men, il nuovo film di Alex Garland, ha suscitato reazioni diverse e contrastanti: c'è chi l'ha amato alla follia, chi l'ha disprezzato e chi, invece, l'ha definito un film mediocre. Tutti questi spettatori, nonostante le loro posizioni diverse, concordano però la maggior parte delle volte su un fatto: Men è rimasto nelle loro menti per qualche giorno. Ciò è, secondo me, fondamentale: in un panorama cinematografico in cui le varie piattaforme di streaming hanno causato negli spettatori un consumo quasi bulimico dei loro prodotti (consumo che rispecchia il ritmo di produzione), è difficile trovare un film che possa rimanere impresso dopo la visione e che, in qualche modo, possa innescare riflessioni successive. Netflix, Amazon, Disney e Hulu (ma potremmo aggiungerne tanti altri) arricchiscono continuamente i propri cataloghi con produzioni mediocri, basate sull'ossessiva ripetizione degli stessi clichés e che non puntano sulla qualità del prodotto offerto ma sulla quantità. Il mercato cinematografico è saturo: si cerca di produrre di tutto per accontentare tutti, ma si finisce per non accontentare nessuno. Non è altro che il meccanismo perverso (in termini lacaniani) del capitalismo: una produzione infinita per soddisfare una domanda di godimento (in questo caso puramente scopico) che non conosce limiti. In un certo senso, al cinema manca la mancanza, l'attesa e, soprattutto, manca l'originalità, in un mondo in cui tutti i film sembrano fatti con lo stampino per rispettare determinati standard di gusto. Non voglio dire che Men sia estraneo a queste dinamiche, ma, semmai, voglio celebrare la sua casa di produzione, A24, che negli ultimi anni si è distinta per la grande qualità e originalità delle sue pellicole.
Io sono tra quelli che ha amato Men, indubbiamente uno dei migliori film che ho visto quest'anno in sala. Men gioca con i colori, con le luci, con il verde iper-saturo della natura che circonda la protagonista, con il rosso scuro che sembra tormentarla. E' anche un film simbolista, per il modo in cui, quasi ossessivamente, cerca di comunicare qualcosa attraverso determinate immagini e raffigurazioni: basti pensare alla mela, al Green Man che simboleggia la rinascita della protagonista oppure a Sheela Na Gig con la sua vulva ingrandita che simboleggia la fertilità. Men è un film ricercato, messo in scena magistralmente, con una regia ottima e una fotografia mozzafiato. E' la storia di Harper (Jessie Buckley) che deve fare i conti con il Reale del suicidio del marito - un uomo violento sia a livello fisico che psicologico - e che si trasferisce provvisoriamente in una cittadina sperduta per tentare di "risorgere", di superare il lutto e gli inevitabili sensi di colpa. Tuttavia, il suicidio del marito ha fatto crollare inevitabilmente l'argine Simbolico, lasciandola in balia di un Reale traumatico che si incarna in tanti uomini, tutti uguali (perché interpretati tutti dallo stesso attore), che le fanno violenza psicologica (e non solo). Attraverso lo sguardo traumatizzato e allucinato di Harper, Garland ci mostra un mondo in cui gli uomini (o, come Lacan avrebbe detto, "gli individui di sessuazione maschile") incarnano il male assoluto, figli marci di una società corrotta e profondamente sessista. Allora Garland è misandrico? No, anche perché sarebbe paradossale. Il regista non fa altro che mostrare un mondo visto attraverso gli occhi di una donna che ha vissuto un trauma profondo, un mondo in cui emerge il Reale traumatico incarnato da una serie di uomini sessisti e irrispettosi. Un Reale che qui è enfatizzato ai suoi estremi, filtrato dallo sguardo traumatizzato della donna, ma che poggia su una realtà innegabile con cui molte donne devono fare i conti ogni giorno. E così Harper deve fare i conti con la galanteria di Geoffrey (un sessismo bonario quanto esasperante) e con le accuse di un prete pazzo che getta su di lei le colpe per il suicidio del marito, affermando anche con una certa nonchalance che è normale che gli uomini picchino le donne. La scena finale, in cui i vari uomini iniziano a partorirsi a vicenda da vagine che compaiono loro nelle più svariate parti del corpo e che si lacerano (in primo piano) nel tentativo di espellere corpi enormi e adulti, è il disturbante e crudo tocco di classe finale: nessuno nasce cattivo, ma tutti noi siamo figli di una cultura (patriarcale ed eteronormativa) che ci ha prodotti e plasmati.